in Lessons Learned

Estetica del fallimento

Qualche settimana fa condividevo un’importante decisione che avevamo preso sul futuro di Flocker. Senza girarci troppo in torno, quel post era un’ammissione di fallimento.

Venerdì scorso ho partecipato all’inaugurazione dell’acceleratore romano di Working Capital. Durante il suo talk, Alain de Botton ha pronunciato queste parole:

Mostly we’re too afraid of failure to learn from it

Alain de Botton

Questa frase mi ha dato l’idea di tornare a trattare l’argomento. Penso che parlare di fallimento sia importante per almeno tre motivi:

  1. perché, almeno in Italia, il fallimento è un tabù e chi fallisce è visto come un appestato;
  2. perché fallire è una cosa normale: le cose possono andare bene come andare male e se vanno troppo male si fallisce. Niente di strano;
  3. perché se non si rischia di fallire vuol dire che non si sta rischiando abbastanza e non rischiare è un ottimo modo per non fare niente di rilevante.

Il fallimento non sembra una gran cosa e infatti non lo è: fallire fa schifo, è doloroso e demoralizzante e se conoscete qualcuno che la pensa diversamente dovreste consigliargli di farsi vedere da uno bravo.

Come scrivevo sopra, però, il fallimento è qualcosa di normale nella vita di un’impresa e ancora di più di una startup. Basta leggere le statistiche sulla mortalità delle imprese nei primi anni di vita.

È qualcosa che chiunque voglia fare l’imprenditore deve tenere sempre presente sapendo che il successo è l’eccezione e non la regola e che le proprie decisioni potranno portare a un punto di non ritorno. Si deve essere consapevoli di cosa si stia rischiando evitando che ciò porti all’immobilità per paura di sbagliare, perché restare immobili è il modo più veloce per fallire.

Fail is everywere

D’altra parte, fallire può essere un’opportunità a patto che si sia disposti ad imparare e a fare autocritica. Perché nasca qualcosa di buono anche dal fallimento, penso si debba fare attenzione a due cose.

Prima di tutto il tempo: una volta che la via del declino è presa si deve essere rapidi nel cercare di capire se i problemi siano risolvibili. Se non lo sono si deve chiudere senza perdere tempo.

Protrarre l’agonia sperando che qualcosa succeda porterà solo a sprecare tutto il capitale che avete investito e non intendo solo le risorse finanziarie ma anche la vostra reputazione e la vostra vita. Vi costringerà a rinunciare ad altre opportunità senza che ci sia un vantaggio nel continuare e manderà un segnale pessimo a chi vi segue.

Non voglio dire che appena ci sono difficoltà si deve abbandonare tutto. Bisogna capire se c’è qualcosa da fare e se ci sono i presupposti per riprendere le redini, altrimenti bisogna essere rapidi e risolutivi.

Questa considerazione mi porta al momento che penso sia più importante: il confronto.

Per riuscire a guadagnare qualcosa da questa situazione è necessario confrontarsi con il proprio team in modo da capire cosa è andato storto. Ognuno dovrebbe mettere in discussione il proprio operato e le proprie scelte e come queste hanno impattato sul futuro del proprio progetto.

L’obiettivo non deve essere rodersi il fegato per i propri errori o cercare un colpevole. L’obiettivo è capire cosa fare e non fare la prossima volta.

Perché poi il fine ultimo è far sì che dopo il fallimento ci sia una prossima volta.
PS: il titolo di questo post mi è stato suggerito da Salvo Mizzi che riferendosi all’ ultimo post del blog di Flocker ci ha definiti come la startup che ha teorizzato l’estetica del fallimento :-)